Last Night in the Bittersweet – Paolo Nutini

Il quinto album in studio di Paolo Nutini, Life in the Bittersweet del 2022, vede il cantautore scozzese riunire tutti gli aspetti soul e profondamente letterati del suo sound. L’album, che arriva dopo una pausa di otto anni a seguito di Caustic Love del 2014, inizia in modo sperimentale con “Afterneath”, un esplosivo collage rock in cui il cantautore urla senza parole alla maniera di Robert Plant su una scanalatura post-punk. Tutto questo funge da sfondo vorticoso per incorniciare un campione dell’iconico monologo di Patricia Arquette “You’re so cool” (scritto da Quentin Tarantino) nei panni del suo personaggio Alabama nel film True Romance del 1993. Anche se niente di così avanguardistico si ripresenta in Life in the Bittersweet, il paesaggio onirico di apertura funziona per introdurre l’atmosfera matura e profondamente artistica che Nutini evoca in seguito. Nel film True Romance, il discorso della Arquette funziona come un’invocazione al vero amore, messo alla prova dalle avversità e infrangibile anche dalla morte. Life in the Bittersweet sembra nascere da una simile turbolenza romantica, come se Nutini avesse attraversato un periodo difficile della sua vita, per poi uscirne con un senso di sé più forte ed emotivamente fondato. Life in the Bittersweet ha il carattere tentacolare di un classico doppio album in vinile, come qualcosa che Todd Rundgren avrebbe potuto pubblicare a metà degli anni ’70, a cavallo tra la maestria pop del cantautore e la spavalderia dell’art rock. L’album ha una qualità splendidamente analogica, come se gran parte di esso fosse stato registrato dal vivo in studio. C’è anche la sensazione che Nutini attinga alle sue varie influenze e le faccia proprie. “Radio” è un brillante momento pop, che evoca il lavoro emotivo di Peter Gabriel, mentre “Petrified in Love”, con le sue chitarre filanti e gli accenti di organo Vox, attinge con intelligenza al sound dei primi anni ’80 di artisti come Tom Petty ed Elvis Costello. Nutini dà forse il meglio di sé in Life in the Bittersweet, quando affonda con intensità da occhi chiusi nella languida ballata country di “Through the Echoes”, o incornicia la sua calda voce a doppia traccia in un’orchestrazione solare, come nel caso di “Julianne”, che ricorda i Carpenters. È un album che lascia una sensazione di tranquilla gioia e che, come nel caso della conclusiva e struggente “Writer”, in cui Nutini riflette sull’interazione tra arte e vita, potrebbe anche farvi piangere.

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