Venerdì in VINTAGE con DJ Angelino

L’angolo Vintage da me dedicato per voi tutti gli amici di ZpZMhz. Innanzi tutto vorrei fare gli Auguri di Buone feste a tutti voi e alle vostre famiglie e che sia un Buon inizio di anno. Oggi parlerò di tre brani molto famosi dopo di che per finire ascolteremo un pò di musica Mixata Revival buon ascolto.

Era il 1985, e la Cina stava iniziando ad aprirsi al mondo. Fu allora che Simon Napier-Bell, il manager degli Wham, riuscì a convincere le autorità cinesi che un concerto dei due, George Micheal e Andrew Ridgeley, a Pechino sarebbe stata una buona idea: tanto per loro quanto per Pechino. Per gli Wham, perché sarebbero stati il primo gruppo pop a mettere piede nel Paese. E per i cinesi, che desideravano mostrare un’apertura a Occidente. E quale modo migliore di uno dei gruppi più noti? Due i live che misero in piedi: uno a Pechino e uno a Guangzhou. Prima di altri che avrebbero voluto fare lo stesso, nomi grandi della musica come i Queen o i Rolling Stones. Concerti, quelli cinesi degli Wham, che secondo le testimonianze  in un articolo dello scorso anno, furono riempiti grazie ai biglietti “passati” ai funzionari comunisti e da loro distribuiti. Perché molto famiglie non avrebbero scucito un quattrino per quegli occidentali vestiti a modo loro. E perché la “nightlife” non era esattamente una prerogativa cinese.

N°2 Band Aid

Non era una cosa che si faceva allora: le case discografiche dovevano ancora dedicarsi così intensamente al filone delle supercollaborazioni, dei musicisti da mettere insieme, dei duetti, dei dischi pieni di ospiti. C’erano sempre stati i concerti con molti ospiti, da Woodstock in giù – qualche supergruppo rock – o rare invenzioni e opportunità incidentali, e poco replicate. Già quando David Bowie fece una canzone con i Queen, nel 1982, fu una cosa che ne parlavamo al bar, da ragazzi, e io comprai il 45 giri subito. Fu come quegli albi speciali a fumetti “Batman contro Supeman”. E insomma, questa storia che si erano trovati tutti insieme – e sembravano davvero tutti – per fare una canzone, fu la notizia, per noi appassionati di canzonette. Li avevano messi insieme Bob Geldof e Midge Ure: il primo divenne davvero famoso anche da noi proprio in quei giorni lì, perché prima la sua band dei Boomtown Rats qui non aveva mai fatto sfracelli, salvo che per gli innamorati della loro canzone “I don’t like mondays”. Midge Ure invece era Midge Ure degli Ultravox, che tra i fans della new wave avevano una loro fama e dignità, non diminuite da svolte più pop successive. Ed erano riusciti a mettere insieme, per dirne alcuni, gli U2, i Wham, Sting, Phil Collins, i Duran Duran, gli Spandau Ballett, Boy George, gli Style Council, Paul McCartney. Un pateracchio di gente formidabile. Geldof e Ure li portarono il 25 novembre 1984 in uno studio di Londra, consegnando loro i versi di una canzone niente male – “Do they know it’s christmas” – che sparpagliata in brandelli da cantare ognuno il suo avrebbe potuto venire una schifezza kitsch mai immaginata prima e invece – pur andandoci vicinissima in più punti – uscì una cosa che finimmo tutti a canticchiare per giorni e mesi e anni.

N° 3 Culture Club

Culture Club, il contingente più gaio e colorato del secondo squadrone britannico. Il loro successo è relativamente breve, e circoscrivibile più o meno ad un paio di dischi + drammi di contorno, ma nei frenetici mesi di metà decennio 80, nessuno sa splendere come questi Fab Four in versione piratesca. Dominano le classifiche di mezzo mondo, hanno folle deliranti ad attenderli all’aeroporto e, grazie all’innata dote di punzecchiatore del loro leader Boy George, arruffano le penne alle più adirate fazioni di benpensanti. Galeotta è certamente la musica reggae,patinature disco e blue-eyed soul, tanto peculiare quanto ben fondato nel movimento new romantic – ma anche l’immagine stessa della band, orgogliosamente multirazziale e di eterogenea estrazione sociale: c’è il bassista Mickey Craig, avvenente ragazzo di seconda generazione d’immigrati caraibici da Notting Hill (ovest di Londra), il chitarrista/tastierista Roy Hay, biondissimo ex-parrucchiere di puro sangue anglosassone dall’Essex (est), il batterista Jon Moss, privilegiato bellimbusto figlio adottivo di una ricca famiglia ebrea di Hampstead (nord), e infine  il figlio Boy George di immigrati proletari irlandesi dal quartiere popolare di Streatham (al sud), l’effeminato white boy che ruba la musica dei neri ed è cresciuto con Aretha Franklin nel cuore.

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