“Venerdì in VINTAGE”

Con Dj Angelino

Benvenuti nel consueto angolo Revival Musicale in collaborazione con ZpZMHz. iniziamo subito con una voce Molto bella il suo nome d’arte è (Aneka) Mary Sandeman è nata un po’ lontano dal Giappone, a Edimburgo per l’esattezza, nel 1947. Era una cantante folk di professione che di solito si concentrava maggiormente sulle canzoni tradizionali scozzesi e aveva pubblicato il suo album di debutto nel 1979, una raccolta di canzoni tradizionali cantate in scozzese e inglese. 

Non so come le sia stata offerta la voce in questa canzone scritta da Bob Heatlie, ma ha accettato e ha finito per ottenere un grande successo. Con la canzone è arrivato un nome dal suono opportunamente orientale e un restyling da geisha, completo di kimono.

Questa è una buona canzone, è un po’ esotica, a quel ritmo funky. Sandeman mette su alcune voci più acute che sono diverse dalla sua normale folk, ma funziona perché ha una voce molto bella, anche se a volte un po’ troppo acuta. Il testo è una storia triste su una donna abbandonata dal suo amante giapponese, apparentemente completamente di punto in bianco –  È una canzone un pò in agrodolce grazie a quella traccia musicale allegra e dance, condita con alcune melodie orientali. 

Rieccoci con una nuova biografia di un cantante, o meglio, di un progetto musicale italiano:Baltimora, indiscussa bandiera della italo disco. La maggior parte delle persone assocerà questo nome al frontman Jimmy McShane, ma alle sue spalle c’è una storia ben più complessa.
Il musicista e produttore Maurizio Bassi incontrò nel 1985 il nordirlandese Jimmy McShane che, dopo aver girato l’Europa come ballerino per Dee D Jackson si trasferì a Milano e lavorò come paramedico per la Croce Rossa; ad affascinarlo fu il suo aspetto fragile ed emaciato. Come succedeva comunemente negli anni ’80 (vedi Den Harrow), non fu prevista per lui alcuna traccia vocale ma il ruolo di immagine sulle copertine, nei videoclip e nelle apparizioni televisive; avrebbe prestato il volto al nascente e ambizioso progetto Baltimora che vantava Bassi come compositore e voce solista, Naimy Hackett (già autrice del testo di “Mad Desire” di Den Harrow) come paroliera, Gaetano Leandro alle tastiere, Claudio Bazzari e Giorgio Cocilovo come chitarristi, Pier Michelatti al basso, Lele Melotti alle percussioni.
Nell’aprile dello stesso la EMI italiana lanciò “Tarzan Boy“,

il primo singolo targato Baltimora il cui ritornello è ispirato al classico urlo del personaggio del cinema. Il testo inneggiante alla libertà fu da alcuni interpretato come un ufficiale “coming out” del frontman omosessuale. Il pezzo fu un immediato successo e raggiunse il primo posto della classifica in Francia ed Olanda, il secondo in Austria e Svezia, il terzo in Germania e Regno Unito, il sesto in Italia. Ma i risultati più sorprendenti furono la quinta posizione in Canada e la tredicesima negli Stati Uniti – dove il filone della “Italo Disco” non aveva mai attecchito. Dopo qualche mese arrivò il secondo brano, “Woody Boogie“, che richiamava sia come titolo che musicalmente il personaggio dei cartoni animati Woody Woodpecker. Dopo Tarzan si puntò a un altro personaggio di fantasia a cui associare una melodia spensierata, con un doppio senso che però non venne colto dai non anglofoni: “woody” significa anche “erezione”.
Il videoclip è ambientato nella fabbrica che stampa il vinile della canzone, con Jimmy McShane che balla in modo contagioso in pieno orario di lavoro.
L’assistente del direttore fu interpretata dall’autrice dei testi Naimi Hackett.

Kate Bush.

Compositrice, autrice, interprete, produttrice, arrangiatrice, polistrumentista (pianoforte, Fairlight, violino, basso, chitarra, drum-machine), ballerina, coreografa, regista: tutto ciò è riuscita ad essere in questi anni l’ex-ragazzina prodigio che a soli 19 anni stupì il mondo con “Wuthering Heights”. Era una di quelle ballate destinate a lasciare il segno, una favola romantica ispirata a “Cime tempestose” di Emily Brontë, ma soprattutto un saggio dell’incredibile voce di Catherine Bush, in arte Kate, capace di ben quattro ottave di estensione. Un simile talento, nel rock al femminile, non si ricordava dai tempi di Janis Joplin. Ma con il canto straziante della grande blues-singer americana, Kate Bush aveva poco a che vedere. La sua voce evocava le fiabe gotiche e il folk celtico, il misticismo medievale e gli incantesimi delle streghe, i riti tribali e il pop più etereo.

Uno stile che di lì a poco avrebbe contagiato intere generazioni di cantanti, da Tori Amos a Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins, da Bjork ad Anneli Marian Drecker dei Bel Canto, passando per mille altre. Ho sempre provato piacere nel raggiungere note non facilmente raggiungibili. Una settimana dopo tocco quella nota e cerco di raggiungere quella ancora più alta. (Kate Bush) A dispetto dell’alone leggendario del suo personaggio, Kate Bush ha sempre preferito evitare le luci della ribalta. Così quando ha avuto un bambino, i tabloid inglesi l’hanno addirittura accusata di averne voluto occultare la nascita. Lei ha replicato in modo insolito, con una lettera al suo Fans Club: “Desidero che sappiate che sono molto felice e orgogliosa di avere un figlio così bello, Bertie è meraviglioso. Lontana dall’essere reticente, sto solo cercando di essere una buona madre protettiva e di donargli un’infanzia quanto più possibile normale, preservando al tempo stesso la sua privacy. E’ una grande gioia per me essere mamma, così come lavorare al nuovo album. Spero sarete felici per me”. Una carriera nata da una grande passione. “Prima di frequentare la scuola, prima di imparare a leggere, cantavo i ‘traditional’ irlandesi e inglesi. Credo che la musica abbia catturato la mia anima ancor prima che l’educazione neppure mi sfiorasse”.

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