“IL MIO VINILE”-Fiorella Mannoia

Padroni di niente“, il diciannovesimo album in studio della sua carriera, ideato e lavorato proprio durante il periodo di isolamento. L’album porta con sé un titolo potentissimo ed efficace. Se c’è infatti una cosa che l’annus horribilis 2020 ci ha insegnato è proprio questa: essere totalmente inermi davanti alla natura e al susseguirsi di determinati eventi. E non è soltanto per la pandemia, anche se chiaramente ha avuto un peso specifico, ma anche per altri fattori che, come un uragano, ci stanno lentamente travolgendo, basti pensare al fenomeno del climate change.

Non siamo padroni di nulla, e la Rossa lo sa bene sciorinando il concetto nella title track d’apertura, ben impreziosita dalla scrittura semplice ma pungente di Amara, già autrice della fortunata “Che sia benedetta“. Una strofa che mette in risalto le indiscutibili doti interpretative della Nostra, ornata da un ponte e un ritornello di grande efficacia, contribuiscono alla grande riuscita del pezzo, certamente uno dei migliori tra quelli nazional-popolari del 2020 . Paradossalmente però, consumati gli ottimi tre minuti e cinquantasei secondi iniziali, tutto sembra via via sfumare. Il resto delle tracce infatti non regge in praticamente nessun caso la grande potenza dell’episodio citato, perdendosi in passaggi dalla formula usurata, iperclassica e, soprattutto, prevedibile. L’incantesimo viene spezzato da “Chissà da dove arriva una canzone“, brano scritto da Ultimo mancante però della forza espressiva che ha reso celebre non solo l’autore di “Colpa delle favole” ma anche Fiorella stessa. Non raddrizzano il tiro “Si è rotto“, passaggio anche in questo caso eccessivamente pregno di luoghi comuni, né le due pagine movimentate “La gente parla“, pezzo scritto da Simone Cristicchi in una rivedibile salsa pop folk sulla logorrea socal (e non) che – così come è stata confezionata – sa di predica, e la più leggiadra e di mestiere “Olà“, imbastita dalla partecipazione in scrittura di Bungaro.

Lodevole invece la modalità della “Canzone sospesa”, dove Fiorella condivide un capitolo con Olivia XX, la conclusiva “Solo una figlia“, un racconto a due voci (e che voce particolare quella di Olivia) su due adolescenti cresciute in un diverso contesto sociale unite però da un tristissimo comune denominatore: la privazione della propria libertà. Un brano, aldilà anche in questo caso di frammenti del testo non originalissimi ma perdonabili, che si avvicina in qualche modo all’intensità sapientemente creata all’inizio. Dobbiamo dirlo. Ascoltare un’interprete con la I maiuscola dotata di uno spessore e di una capacità artistica fuori dal comune – riassunte in quel capolavoro doppio disco live intitolato “Concerti“, l’incontro perfetto tra la musica d’autore e arrangiamenti ricercati e accattivanti – cantare della parole così tanto, forse troppo, dirette, senza quel velo di raffinatezza che ci ha fatto innamorare di lei, è strano. Ma il percorso iniziato con “Combattente“, proseguito poi con “Personale” e con quest’ultima opera sembra esplicitare un cambio di passo ormai chiaro; ma è una scelta che si deve rispettare perché il pensiero di chi crea è, e deve essere, sempre, sacro. Anche se non ci piace fino in fondo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.